Tutti i numeri dell'ecommerce in Italia

Categoria: Gestione strategica
Pubblicato il: 08-02-2018

Se si da uno sguardo ai diversi studi e alle statistiche online, si può ben comprendere l’importanza che l’ecommerce ha e avrà negli anni a venire: in pochi anni, ha scalato le vette di quasi tutti i mercati mondiali, andando a superare il tradizionale modo di fare shopping in un negozio fisico. Già il 2016 si era chiuso con un fatturato complessivo delle vendite al dettaglio online intorno ai 1.915 miliardi di dollari, e anche il 2017 si è concluso in bellezza, raddoppiando la cifra. Si stima che nel 2020 le vendite ecommerce raggiungeranno i 4.058 miliardi di dollari.

 

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A livello mondiale, rimangono in pole position Cina e Stati Uniti; in Europa sono ancora in testa Regno Unito, Germania e Francia. A questo punto, sorge spontanea una domanda: e l’Italia? Dopo due anni di progressiva crescita, finalmente si può affermare che l’ecommerce italiano nel corso del 2017 è entrato in una fase di maturazione e consolidamento.

L’ecommerce in Italia tra il 2016 e il 2017

Secondo il rapporto di Casaleggio e Associati, in Italia la diffusione degli acquisti online ha raggiunto l’88,7% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni nel 2016, con 42,6 milioni di italiani che dichiarano di poter accedere a internet da desktop o da mobile: un dato in crescita del 2,8% rispetto al 2015.

Il mercato ecommerce B2C ha generato un fatturato di 31,7 miliardi di Euro nel 2016, crescendo complessivamente del 10% rispetto al 2015; si sono registrati risultati positivi in tutti settori: si consolidano quelli del turismo, del tempo libero (es. elettronica, abbigliamento) e delle assicurazioni, mentre sono cresciuti, ma con più difficoltà, quelli di alimentari, casa e arredamento, dove le vendite online sono ancora poco sviluppate.

Per quanto riguarda il 2017, i beni di largo consumo come l’alimentare sono aumentati del +43% con un valore di circa 850 milioni, nel 2016 il dato era di 575 milioni (+30% sul 2015), e l’arredamento con un +31% tocca i 905 milioni. Nell’ultimo anno, quindi, rimangono in testa i settori dell’elettronica e dell’abbigliamento.

La presenza italiana sui mercati esteri

La presenza delle aziende italiane sul mercato ecommerce internazionale sta crescendo notevolmente: secondo il rapporto di Casaleggio e Associati, il 65% del campione afferma di vendere oltre confine, rispetto al 59% del 2016, mentre il 35% vende solo in Italia.

Tuttavia, la maggior parte degli ecommerce in Italia (il 37%) non ha una presenza fisica fuori dal Paese, ma si rivolge ai propri clienti stranieri con un sito in diverse lingue.

La presenza italiana a livello internazionale si è consolidata principalmente in Europa in nazioni come Francia, Germania e Regno Unito; mentre, al di fuori dei confini europei, le aziende ecommerce italiane sono presenti maggiormente negli Stati Uniti.

Il problema dell’ecommerce in Italia

In sintesi: il commercio online italiano è cresciuto notevolmente tra il 2016 e il 2017, ma le aziende italiane non sanno ancora sfruttare in maniera adeguata le sue enormi potenzialità.

Molte sono le cause. In primo luogo, vi è la mancanza di un’offerta adeguata in molti settori, come ad esempio l’arredamento, che sono tuttavia punti di forza del made in Italy; in secondo luogo, la poca internalizzazione delle aziende rende più precario il futuro dell’ecommerce italiano, perché vendere all’estero è necessario per poter sopravvivere.

Ma la causa principale del “ritardo” deve essere riscontrata nella scarsità degli investimenti privati. Mentre le aziende di ecommerce in Germania, Francia, Regno Unito e Spagna ricevono un sostegno finanziario (da aziende private o da paesi esteri) dell’ordine di centinaia di milioni di euro, in Italia non si superano i 5 milioni di euro. L’ecommerce sta dunque diventando un settore capital intensive: questo significa che chi ha i capitali o li riesce a trovare, può sopravvivere a livello concorrenziale e crescere, invece chi non li ha, scompare o viene comprato.

Questa situazione porta l’Italia a porsi in netto svantaggio rispetto agli altri Paesi europei; tuttavia deve essere affrontata per tempo, in modo da non rischiare di far perdere ancora più terreno all’Italia di fronte all’agguerrita concorrenza straniera.

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